Tra un fiore colto e l’altro donato

Grazie perché “io so di te”.

Stamattina è arrivato un pacco.

Non stavo aspettando un libro.
Non stavo aspettando una risposta.
Non stavo aspettando una telefonata.

Dentro c’era una targa, con il mio nome.

L’ho tirata fuori dall’imballaggio lentamente, quasi con timore di rovinarla.

Per qualche secondo l’ho soltanto guardata perchè è una sensazione strana vedere il proprio nome inciso su qualcosa.

Perché quel nome lo porti da sempre.

Eppure, a volte, basta trovarlo scritto in un contesto diverso per osservarlo con occhi nuovi.

Mi sono tornate in mente tutte le volte in cui ho scritto senza sapere dove sarebbero finite le parole.

Le poesie appuntate nelle note del telefono.

I fogli sparsi.

Le frasi scritte di notte.

I testi lasciati a riposare per mesi.

Le pagine cancellate.

Quelle salvate.

Quelle che non hanno mai trovato una forma definitiva.

Scrivere è un gesto strano, per la maggior parte del tempo avviene nel silenzio di una casa e nel rumore della testa.

Nessuno vede il momento in cui una poesia nasce.

Nessuno vede i dubbi.

Nessuno vede le parole che vengono scartate.

Poi, ogni tanto, succede qualcosa.

Arriva una lettera.
Una pubblicazione.
Una menzione.

Una targa.

E per un attimo quel lavoro invisibile prende forma.

Non cambia chi sei, non risolve le incertezze, non elimina le (tante) attesa. Eppure, ti ricorda una cosa semplice: che le parole partono sempre da noi, ma non restano sempre con noi.

A volte arrivano da qualche parte.

E quando succede, vale la pena fermarsi un momento e sorridere.

Oggi quel momento è stato una targa appoggiata tra le mie mani.

E mi è sembrata una cosa bellissima.